22 giugno 2008

Lezioni di Sommellerie on-line?

Youtube ha aggiunto una nuova feature per i creatori dei video chiamata annotations che permette agli utenti di aggiungere commenti interattivi (note, sottotitoli e link) ai propri video. E' retroattiva, quinsi sarà possibile aggiungere note anche su video già precedentemente caricati.

Ci sono molte implicazioni, da quelle pubblicitarie e commerciale in primis, ma per un interessato come me ad imparare da esperti sommelier, quale occasione migliore se non andare a leggersi ad esempio le note scritte da Andrea Burde (classificato II sommelier d'Europa l'anno scorso) in occasione delle riprese di Aldo Sohm (poi Sommelier vincitore) alla sua decantazione di Petrus 1982 durante gli ultimi mondiali.

Al momento le annotazioni non vengono mantenute se il filmato viene portanto ad esempio nel mio blog. Annotazioni invece presenti sicuramente
clicckando qui e vedendolo su Youtube

21 giugno 2008

Il 2001 dei Produttori di Barbaresco

Nella serata di ieri sono stato alla degustazione “Si fa presto a dire vino e cacio: le tome della Tradizione e il Barbaresco dei Produttori” organizzata da Atheneum presso la manifestazione Vinoforum a Roma con la partecipazione di Fabio Turchetti, giornalista enogastronomico da anni collaboratore per Il Messaggero, Rosa Capece, Maestra Assaggiatrice di Formaggi, e Aldo Vacca della Produttori del Barbaresco s.a.c, a cui ruberò alcune affermazioni inserite nella mio recensione.

Ovviamente mi focalizzerò più sui vini ma ciò non toglie che le tre tome assaggiate ieri in abbinamento ai barbareschi degustati provenienti da una delle più famose enogastronomie Italiane, La Tradizione appunto, siano state semplicemente fantastiche.

La Cantina Sociale dei Produttori del Barbaresco è da tempo considerata una delle cantine più valide della zona ed un esempio per le moderne cooperative.
Un riferimento per altri produttori anche per aver da sempre mantenuto, in un periodo in cui la dinamica dei prezzi dei vini ha ormai dell’incredibile, i propri vini a costi di livello medio-basso in un ipotetica scaletta, nonostante invece la qualità dei vini che in seguito leggerete non lo sia affatto, anzi.

Dal nome della Cantina si può facilmente immaginare come la sua storia sia indissolubilmente legata a quel vino che fino a qualche anno fa era considerato erroneamente il fratello minore del Barolo, ma che grazie al duro lavoro di capaci produttori come loro e di tanti altri famosi loro colleghi - che non starò qui a menzionare – si è già da anni ritagliato il suo giusto spazio nel mondo dell’enologia.

Difatti inizialmente nella seconda metà del secolo scorso, nella zona di Barbaresco, il vino nebbiolo era coltivato e venduto per produrre il Barolo o vinificato generico vino da pasto.
La data storica per Barbaresco giunge alle soglie del XX secolo, per la precisione nel 1894.

Fu allora che Domizio Cavazza, allora Preside della Scuola Enologica d’Alba, creò le "Cantine Sociali di Barbaresco" riunendo attorno a sé nove produttori, introducendo le proprie conoscenze che gli derivavano dalla direzione della scuola, portando nel paese innovazione tecnologica e nuove tecniche di coltivazione ed iniziando a produrre il vino come si produceva a Barolo, denominandolo con il nome del paese stesso: Barbaresco.
Nel 1922, dopo la I guerra mondiale, quella originaria Cantina Sociale chiuse.
Riaprì solo in seguito, nel 1958, superate le difficoltà del primo dopoguerra, quando Don Fiorino, l’allora parroco di Barbaresco, un paese rurale e povero, riunì diciannove agricoltori fondando la "Produttori del Barbaresco”, per cercare di fermare l’esodo verso Torino e le grandi città che si industrializzavano e per mantenere la parrocchia viva.
Assieme presero 3 decisioni fondamentali che resero la Produttori di Barbaresco un esempio per molti in futuro:
- Vinificare esclusivamente uve nebbiolo: questo anche se rese la crescita della società sul mercato più difficile, allo stesso tempo diede una spinta notevole all’incremento della specializzazione e della crescita qualitativa
- Venne scelta la politica del conferimento totale: gli associati non potevano fare concorrenza all’azienda vinificando parte del loro vino prodotto in casa o cedendolo a terzi
- Il pagamento delle uve conferite avveniva in base alla qualità: i carichi d’uva venivano controllati ed in base a parametri prestabiliti di qualità le uve venivano valutate e tramutate in pagamento
La "Produttori del Barbaresco" conta oggi 56 membri e dispone di circa 100 ettari di vigneti a Nebbiolo pari a circa 1/6 dell'intera zona d’origine, con realtà pedoclimatiche ben diverse.
La "Produttori del Barbaresco" controlla con le sue vigne quasi in monopolio gran parte dei "crus" storici della zona. Ciò è dovuto al fatto che negli anni ’50, quando fu creata la cantina, Barbaresco era una realtà rurale e i proprietari terrieri erano per lo più gli agricoltori che si associarono alla cantina.
Produttori del Barbaresco s.a.c. Via Torino, 54 12050 Barbaresco (Cn) Tel. 0173-635139


Due le tipologie di Barbaresco prodotte:
Barbaresco DOCG
Viene prodotto ogni anno con le uve provenienti dai 100 ettari di vigneti situati nella zona d'origine, principalmente nel comune di Barbaresco stesso. Nelle grandi annate, quando la qualità delle uve è ottima in tutta la zona, i crus storici vengono tenuti separati ed imbottigliati come riserva. Nelle annate normali invece le riserve non sono prodotte e le uve dei crus sono utilizzate per produrre il Barbaresco, elevandone la qualità intrinseca.
Barbaresco DOCG Riserva
Prodotti solo nelle annate grandi ed uniformi.
I nove Crus, situati tutti nel comune di Barbaresco stesso, sono tutti vigneti storicamente dediti alla produzione dell'uva Nebbiolo.
Sono nomi che per la qualità intrinseca del terreno e dell'esposizione, sono diventate famose e pregiate, ognuno avente particolari caratteristiche del terroir da trasferire al vino tali da differenziarne e caratterizzarne la produzione.
Le modalità produttive dei 9 diversi Crus sono le medesime. Macerazioni lunghe (3 / 4 settimane) classiche (no rotomaceratori, tutte in fermentatori verticali a temperatura controllata con rimontaggi e follature nella prima settimana poi controllato nelle restanti), in seguito il “vino va a secco sulle bucce”, quindi viene invecchiato in grandi botti di rovere di Slavonia o Francesi da 75HTL c.ca per un periodo lungo (dai 15 ai 22 mesi per il B. base ai 3 anni più 1 anno bottiglia per Riserva)

Per la degustazione assaggiamo il Barbaresco base 2004 e 5 dei 9 CRUS del millesimo 2001, vendemmia che oggi possiamo con ragionevole certezza considerare ottima.



BARBARESCO 2004
Rubino luminoso non concentratissimo, in pieno stile nebbiolo. Naso composto. Viola di fondo, toni morbidi, bel frutto di bosco, leggera prugna; poco complesso ma intenso. Un vino “verticale, da lunghezza sul palato”. La bocca conferma quanto sentito all’olfatto. Buona acidità, quasi note agrumate. Tannino bilanciato, compatto ma non amaro. Discreta persistenza. Un vino che ha una spina dorsale per durare nel tempo anche se non ha il corpo delle grandi annate.

BARBARESCO RISERVA PORA 2001: IMMEDIATO
Consistente. Rubino. Vivace all’occhio. Sull’unghia la nota rubino leggermente più sottile. Naso profondo con toni fruttati, confetture nere, frutta sottospirito, caratteri di florealità, ricordi minerali, castagna, leggeri sentori di tabacco, cenere con qualche nota balsamica e ricordo lieve di cioccolata bianca. In bocca assaggio carnoso e sapido con tannini equilibrati, smussati da un alcool non affatto aggressivo. Caratteristica lingua divisa in due sopra asciugata dal tannino sotto bagnata dall’acidità della salivazione. ---- Dopo diversi minuti note profumate di liquirizia

BARBARESCO RISERVA RIO SORDO 2001: COMPLESSO
Rubino lascia posto ad un granato scuro (stacco cromatico notevole rispetto al Pora – non sapendo essere dello stesso millesimo avrei potuto pensare si trattasse di un vino affinato 2/3 anni in più)
Note al naso più scure ed evolute. Humus, terra bagnata, note fungine, note ferrose, tabacco scuro, china. Un naso suggestivo, affascinante.
AL gusto maggiore austerità e corrispondenza straordinaria con il naso. Attacco perentorio al cavo orale con un tannino delicato e setoso che conduce ad un finale suadente e conferma le note speziate e di humus.

BARBARESCO RISERVA ASILI 2001: COERENTE
Rubino scarico. Toni tranquilli non molto intenso. Caratteri fruttati ma non immediati, nota di viola, appena toni di borotalco. Concentrato al naso e restio ad uscire. In bocca serrato, di bella compattezza, con toni ciliegiosi. Acido e tannico. Di bella persistenza. “E’ un treno che chiude così come è arrivato”

BARBARESCO RISERVA OVELLO 2001: DA ATTENDERE
Colore rubino classico, attraversato da nuances granato. Reticente ad esprimere i suoi odori all’inizio. Pian piano emergono frutta scura, note di fiori secchi e di tabacco. L'immaturità in bocca è ancora più presente. Il vino ha una materia polifenolica importante, c’è un tessuto tanninico composto e un tenore alcolico notevole ma è alla ricerca della sua armonia. Bisogna saperlo aspettare, necessita di ulteriore affinamento in bottiglia per esprimersi.

BARBARESCO RISERVA MONTESTEFANO 2001: ELEGANTE
Rubino/granato con riflessi aranciati. Di bella luminosità. Naso complessitivamente chiuso e severo. Fruttato ricco, scuro, note più complesse e ritrose dei vini precedenti, toni balsamici, di frutta secca, note speziate, chiodi di garofano. All’attacco in bocca è il più elegante di tutti, poi arrivano le note dure. Un tannino croccante per un vino ancora in fase di crescita, con una lunga vita davanti ma già sontuoso.

Le tre TOME abbinate, tutte di produzione artigianale e fornite da La Tradizione, una fra le prime 10 migliori Enogastronomie mondiali secondo Class, erano:
1) Toma Piemontese
Fresca in questa versione. L’olfatto conferma la giovane età; si sente ancora il latte. In bocca saporita, sale molto presente.
2) Toma Valdostana di Capra
Profumo intenso ma allo stesso tempo delicato, sensazione di burro cotto, noci, frutta secca, di tostato. Al primo impatto in bocca sapore di sale poi più simile sentori olfattivi. Abbinamento difficile forse più semplice per assonanza di sensazioni7affinità gusto olfattive, altrimenti formaggio dopo qualche secondo tendo tornare a galla se abbinato per contrasto. L’affinamento avviene in grotte naturali o in casette costruite a ridosso di pareti di roccia trapassate da correnti d’acqua per avere ambienti ad umidità costante. Nel tempo queste zone vengono popolate da microrganismi che durante la maturazione dei nostri formaggi finiscono sulle croste producendo evoluzioni e simbiosi particolari con le parti grasse del formaggio che dal centro si spostano verso le croste.
3) Toma d'alpeggio
Crosta asciutta ma ricca di muffe, sottocrosta quasi inesistente, segno dell’ottima lavorazione del prodotto e dell’ottimo affinamento. Profumi di brodo, carne, humus, terra, fungo, tartufo. Entra dolce in bocca, poi si sviluppa prepotente. La sensazione di sale si è abbastanza esaurita per lasciare il posto ad una leggera piccantezza.

20 giugno 2008

Calice "MERAVIGLIA®"

E' vero, non costa poco, tanto quanto un calice di cristallo della Riedel
comunque, ma visto quanto afferma il celebre e richiestissimo wine-maker Donato Lanati, e quanto si legge sul WEB, il Calice "MERAVIGLIA®" da lui progettato sembra valga veramente la spesa.... Unico neo forse le dimensioni...

Calice "MERAVIGLIA®" è il bicchiere creato da Donato Lanati per permettere una degustazione ottimale di tutti i vini. Soddisfacendo allo stesso tempo gli interessi di chi è alla ricerca del bello, del funzionale, dell’inconsueto.
E’ un prodotto di alto artigianato soffiato e lavorato a mano unico, con design ragionato. La sua forma decisamente originale è infatti caratterizzata da una corona circolare definita “anello di saturno”, nata dallo studio attento degli invisibili profumi che si sprigionano dal vino, risultato di una ricerca mirata a creare un contenitore unico, da utilizzarsi per tutti i vini, dotato della proprietà di esaltare i profumi e di ossigenare il vino nello stesso tempo.

La forma e le dimensioni del calice permettono al vino di arrivare a saturazione di ossigeno in 3 minuti senza agitazione e in 30 secondi agitandolo. E’ quindi adatto anche ai grandi vini rossi che hanno avuto un lungo affinamento in bottiglia e, utilizzando il Calice "MERAVIGLIA®" non è più necessario far ossigenare il vino in decanter prima di servirlo.

Inoltre il rigonfiamento della corona, consente di bere tranquillamente poiché l’eventuale deposito del vino versato nel calice verrà trattenuto dalla corona e non finirà in bocca.



Dati Tecnici:
Capacità: 650 ml.
Diametro: 112 mm
Altezza: 23 cm.
Materiale: Cristallino
Dimensioni: 12 x 12 x h 31.5 cm
Costo: € 36,80

Distribuzione: Gruppo Acconero
Acquisto sul WEB: ItalianWineShop

Breve nota a firma di Donato Lanati sulle caratteristiche tecniche del bicchiere da degustazione messo a punto presso Enosis, il laboratorio che dirige in Cuccaro Monferrato
(AL).
"L’idea iniziale dalla quale è nato il calice Meraviglia è stata di creare un bicchiere che si potesse utilizzare per tutti i vini, che avesse la proprietà di ossigenarli e nello stesso tempo di esaltarne i profumi. L’ossigeno è un gas la cui solubilità in un liquido dipende dalle caratteristiche fisico–chimiche del liquido in questione, dalla pressione e dalla temperatura.
A una temperatura di 20°C il tenore in ossigeno di un vino, alla saturazione, è di 8,4 mg/litro.
La forma e la dimensione del calice “Meraviglia“ sono state studiate in maniera tale che versandovi 120-130 ml di vino si arrivi alla saturazione di ossigeno in 3 minuti senza agitarlo ed in 30 secondi agitandolo. Il calice Meraviglia è un bicchiere adattissimo anche ai grandi vini rossi che hanno avuto un lungo affinamento in bottiglia: grazie alle sue caratteristiche geometriche non è più necessario scaraffarli perché lo speciale anello di Saturno di cui è dotato, oltre a consentire un’ottimale ossigenazione, permette, nel caso ci fossero dei sedimenti, di trattenerli senza dover decantare la bottiglia. Ma il più eclatante scopo dell’anello è quello di favorire il riflusso dei profumi verso il pelo libero del vino, impedendo loro di uscire dallo spazio di testa scivolando lungo la parete del bicchiere.
L’aspetto più importante di questo bicchiere, quello che lo rende unico e adatto a qualsiasi
tipo di vino, dallo spumante al grande rosso, è la capacità di far pervenire l’aroma al naso del degustatore in maniera più intensa e di permettere di cogliere le s f u m a t u r e dell’aroma
nelle sue componenti, oltre a farlo e s p r i m e r e nella sua totalità. Quando si agita il vino
l’anello di Saturno (tecnicamente definito come corona circolare) favorisce la volatilizzazione
dei profumi e permette una sorta di separazione; immediatamente dopo, lasciando fermo il bicchiere, si percepisce l’aroma nella sua completezza. Il rapporto tra la corona e l’orlo
del bicchiere, che ha un diametro nettamente inferiore rispetto alla corona, è stato studiato proprio per aumentare le sensazioni olfattive ed esaltarle. La corona circolare ha un diametro
di 11,20 cm, si chiude a 9,2 cm per finire all’orlo del bicchiere a 7,8 cm. Il massimo risultato si ha con un rapporto tra i due diametri compreso tra 1,40 e 1,45. Lo studio è stato condotto con una tecnica gascromatografica che utilizza delle fibre particolari le quali vengono inserite nel cosiddetto “spazio di testa“ . Con il termine “spazio di testa“ si definisce lo spazio d’aria sopra un liquido, in cui le sostanze aromatiche si concentrano e si equilibrano con gli aromi del vino. Le fibre inserite si comportano come delle spugne: si impregnano di profumi che poi vengono analizzati in gascromatografia . Sono state fatte numerose prove fino a trovare il giusto rapporto e le giuste proporzioni volumetriche. In modo da arrivare alla “Meraviglia”...
Donato Lanati"

19 giugno 2008

La nuova cantina Antinori

Bargino (FI), 2005

La nuova cantina della Casata Antinori: progettata dallo studio Archea Associati di Firenze sarà, a lavori ultimati una vera e propria Cattedrale del vino ad accogliere ad affinare negli anni fra gli altri i famosi Tignanello, Solaia, Badia a Passignano.
E’ un gioiello progettuale, dolcemente inserita nel paesaggio toscano, che non teme confronto alcuno con le astronavi di Luke Skywalker in Guerre Stellari, anzi.

Di fatto è una città sotterranea di 37 mila metri quadrati, non una Cantina, al cui interno si sposterà dal centro di Firenze, dopo decenni, il nuovo quartiere generale Antinori.
Un involucro completamente interrato con volte e navate in perfetta armonia con il contesto naturale in cui è inserito. A titolo di esempio strade e piazzali di carico e scarico oltre ai parcheggi utilizzano il sottosuolo per non offendere il paesaggio circostante

11 giugno 2008

Frateeelli d’Itaalia… l’Itaaalia s’è deeesta…

Alla prima degli Europei per accompagnare dei buoni piatti e la nostra nazionale ho organizzato una bella serata in terrazza, e devo dire che, come l’Olanda, anche i VINI bevuti battono nettamente la misera Italia vista in campo 3-0!

Iniziamo con un VERDICCHIO CLASSICO DEI CASTELLI DI JESI DOC 2006, VILLA BUCCI, provenientente dalla regione delle Marche.

Vitigni: Verdicchio 100%
Titolo Alcol.: 13,5% - (11€)
Giudizio:
Dal colore giallo paglierino intenso, brillante, al naso ha un profumo delicato ma persistente con un bouquet di caramella, mela golden, pera, cedro e mandorla.
Secco in bocca ma equilibrato e rinfrescante, è perfetto con il nostro aperitivo, ma anche con verdure di stagione, la carne bianca e il pesce.

Il nostro secondo vino è stato un Tocai Friulano. Oramai va specificato. E che Tocai Friualano!
Per la precisione il Tocai Friulano 2006 - Villa Russiz.

Villa Russiz, locata a Capriva del Friuli (Go) e stata fondata nel 1869, ed è un azienda di 94 ettari di cui 30 destinati a vigneto, con una resa per fra i 4.500 e i 7.000 ettaro ceppi, garantendo quindi uve di grande concentrazione, i cui vini fanno tutti parte della DOC del Collio.
Il suo direttore, Gianni Menotti è convinto che “l’elemento che fa grandi i vini del Collio è il Collio stesso” attribuendo alla peculiarità di questo territorio di confine, alla composizione del terreno e al microclima, buona parte del successo dei vini dell’azienda.

Il Tocai Friulano 2006 è un vino da applausi, un VQPRD DOC Collio, i cui vigneti, aventi fra i 4.500 - 5.000 ceppi per ettaro, sono ubicati sulle colline attorno al centro aziendale, con esposizione prevalentemente a sud in terreno interamente marnoso.
Vitigni: Tocai Friulano 100%
Titolo Alcol.: 15% - (15€)
Giudizio:

E' di colore giallo dorato con riflessi verdognoli, con un naso molto intenso e complesso. Odori di mela golden, agrumi, miele e prugna gialla. In bocca caratteristico il suo sapore di mandorla amara, notevole la mineralità e la lunga persistenza.

Per finire e dimenticare l’andamento della partita sono sceso in cantina a prendere un PINOT NERO SANCT VALENTIN 2003 SAN MICHELE APPIANO.
Vitigni: Pinot Nero 100%
Titolo Alcol.: 14% - (25€)
Giudizio:
E anche qui che dire…
Un vino impeccabile, vinificato e maturato per 12 mesi in barrique.
Dal colore granato con un unghia tipica non carica, al naso odori di spezie e frutti a bacca rossa, dalla mora al ribes nero, e molta ciliegia, e profumi terziari tostati e animali con note di cuoio e cacao. Al gusto pieno e ben strutturato, con corrispondenza olfattiva, appagante e con tannini eleganti.

Per chiudere abbiamo infine bevuto un ottimo Sciacchetrà.

La sintesi della serata... meglio il VINO che il calcio! ... perlomeno sicuramente meglio di certe formazioni messe in campo...

3 giugno 2008

In difesa dell’identità del vino italiano

Aggiungo poco, se non che io l'appello “in difesa dell’identità del vino italiano” l'ho già firmato.
Vi invito a leggerlo e fare altrettanto.


Le vicende riguardanti i casi di presunta violazione del disciplinare del Brunello di Montalcino hanno fornito lo spunto per l'ennesimo attacco nei confronti della tipicità e della storia dei vini italiani. A sferrare l'offensiva sono stati i teorici dell'omologazione, del liberismo selvaggio applicato al settore vitivinicolo, di quella malintesa modernità che vorrebbe qualsiasi prodotto enologico conforme ai canoni della richiesta di mercato. Ma chi sono queste persone?

Su Porthos 28, nel pezzo "Il mostruoso equivoco", si parla di un vero e proprio establishment, formato da consulenti, cantine industriali ma anche produttori medi e piccoli, critici e opinion leader. A unirli è la convinzione che il vino sia frutto di un protocollo applicabile ovunque, non a caso molti di loro sono i migliori clienti delle industrie chimiche e biotecnologiche. Approfittando di un momento di enorme confusione mediatica, questi signori ci spiegano che il problema non è chi froda - agendo al di fuori delle leggi e ingannando il consumatore - bensì l'intero sistema di regole condivise. Parlano di obsolescenza dei disciplinari di produzione, sostengono l'inevitabilità del ricorso ai vitigni "migliorativi" al fine di rendere i vini italiani più competitivi, pretendono di utilizzare le denominazioni più prestigiose senza dover rispettare la storia, le tradizioni e il lavoro che hanno contribuito a generarne il mito.

Si esprimono quasi sempre senza contraddittorio e trovano ampia cassa di risonanza in diversi organi di stampa a diffusione nazionale; le loro dichiarazioni assumono così la valenza di prescrizioni inderogabili per la salute dell'intero comparto enologico. Per chi, come noi, considera il vino un bene culturale e un nutrimento dello spirito, tutto questo è inaccettabile.I disciplinari di produzione sono stati creati allo scopo di salvaguardare e garantire l'identità e l'integrità dei vini italiani. Negli ultimi quarant'anni, con la complicità e la disattenzione delle autorità di controllo, alcuni dei territori più significativi sono stati trattati come dei contenitori da riempire, occupare o allargare a dismisura. In numerosi luoghi la vite si è trasformata da coltura specializzata a coltivazione dominante, togliendo varietà e respiro al paesaggio. Sì è assistito a un'invasione di vitigni alloctoni con l'obiettivo di "migliorare" le specialità italiane e realizzare prodotti più facili da consumare, senza badare allo svuotamento di contenuti a cui molti vini sarebbero andati incontro. L'establishment continua a modificare i disciplinari senza alcuna progettualità, ma fotografando di volta in volta il cambiamento proposto dal marketing. Tutto ciò in nome di un riscontro economico immediato e seguendo i capricci del mercato. Un grave errore dal punto di vista etico ma anche sotto il profilo economico: la standardizzazione dei nostri vini ha come diretta conseguenza, nel medio-lungo periodo, un calo delle vendite e dell'attrattiva turistica esercitata dalle zone di produzione.

Per restituire credibilità ai disciplinari e recuperare lo spirito che li ha generati, si dovrebbe condurre una campagna restrittiva, aggiornando e migliorando le regole e i controlli per adeguarli ai nuovi sistemi che l'establishment usa per aggirarli. In questo momento le aziende vinicole possono utilizzare prodotti sistemici che, progressivamente, tolgono vita alla terra e ai vigneti; nella realizzazione del vino non lesinano lieviti, batteri ed enzimi selezionati dalla biotecnologia; inoltre, sono autorizzate sostanze, giustificate da una supposta origine enologica, che dovrebbero aggiustare il liquido. Tutte queste azioni rendono vano il concetto di territorialità.Le ultime leggi hanno autorizzato i consorzi di tutela, formati dalle stesse aziende, delle verifiche sulla corrispondenza tra i vini e i rispettivi disciplinari ma la situazione non è migliorata, visto che in Italia la produzione non ha ancora assunto la maturità per procedere a un serio autocontrollo. Il vino è lavoro, socialità, commercio. La globalizzazione rappresenta un'opportunità quando permette di conoscere e confrontare prodotti che sono espressioni di territori e culture differenti; è invece un pericolo quando impone l'appiattimento della varietà, lo svilimento della territorialità, la sostituzione del lavoro e della capacità contadina con la manipolazione industriale e con l'alchimismo. Per questo noi, che produciamo, raccontiamo, commerciamo, studiamo, amiamo il vino italiano, ribadiamo la nostra contrarietà a qualsiasi ipotesi di snaturamento delle denominazioni, sia attraverso l'impiego di vitigni alloctoni sia attraverso pratiche che abbiano la finalità di fare del nostro vino qualcosa di differente da sé.

La forza del vino italiano risiede nella complessità e nella varietà che rappresentano risorse da valorizzare, anziché sacrificarle in nome delle presunte esigenze del gusto globalizzato.

Ci proponiamo dunque di dedicare d'ora innanzi un impegno ancora maggiore - che già si sta concretizzando grazie all'amore con cui molti dei firmatari di questo appello organizzano manifestazioni, convegni, stage, corsi e degustazioni - nel preparare campagne di sensibilizzazione e di informazione in difesa dell'identità del nostro vino, certi che sia l'unica strada percorribile per tutelarlo e continuare a farlo amare nel mondo.

Testo a cura di Marco Arturi e Sandro Sangiorgi

Per sottoscrivere l'appello
Per partecipare alla discussione

Primi firmatari:
Sandro Sangiorgi e Porthos
Teobaldo Cappellano e Vini Veri
Angiolino Maule e Vin Natur
Luca Gargano - Velier Triple A
Stefano Bellotti - Renaissance Italia
Francesco Paolo
Valentini - produttore
Maria Teresa Mascarello - produttore
Corrado Dottori - produttore
Luigi Anania - produttore
Carlo Noro - agricoltore biodinamico
Franco Ziliani - giornalista
Roberto Giuliani - LaVINIum
Marco Arturi - giornalista
Andrea Scanzi - giornalista e scrittore
Paolo Massobrio e Club di Papillon
Sergio Rossi - enotecaro
Remigio Bordini - agronomo
Michele Lorenzetti - enologo
Maurizio Castelli - enologo

1 giugno 2008

Furore Bianco Fiorduva 2005 - Costa d'Amalfi IGT - Marisa Cuomo

Venerdì ero a cena per festeggiare un compleanno in un eccellente ristorante di Fiumicino (RM), Pascucci al Porticciolo (recensione TigullioVino).
Per accompagnare un ottimo menù degustazione di pesce ho scelto il FURORE BIANCO FIORDUVA 2005 COSTA D'AMALFI DOC MARISA CUOMO

A sud del Golfo di Napoli, nel golfo di Salerno, si estende la Costiera Amalfitana. E’ il tratto di costa campana, situato a sud della Penisola Sorrentina, che si affaccia sul golfo di Salerno, delimitato ad ovest da Positano e ad est da Vietri sul Mare. È un tratto di costa famoso in tutto il mondo per la sua bellezza naturalistica con un paesaggio caratterizzato da montagne a picco sul mare, baie, piccole insenature, e rupi scoscese, sede d’importanti insediamenti turistici.
La Costiera Amalfitana è nota per la sua eterogeneità: ognuno dei suoi paesi ha il proprio carattere e le proprie tradizioni.


Fra questi unico nel suo genere è Furore, un piccolo comune di 800 abitanti, celeberrimo per il suo Fiordo, ristretto specchio d'acqua posto allo sbocco di un vallone strapiombante a mare, ed accogliente un minuscolo borgo marinaro e che si distingue inoltre per la sua tipica struttura a terrazzamenti dove gli appezzamenti dei vitigni presentano un profilo irregolare imposto dall’andamento della roccia.

Ed è proprio nel Comune di Furore a 500 metri a picco sul mare che è situata l'azienda Cantine Gran Furor Divina Costiera, la cui superficie coltivata a vite - prevalentemente a "pergolato" - si estende su dieci ettari di rocce dolomitiche calcaree dei fianchi scoscesi della costa tra i 200 e i 500 s.l.m. e dove la vinificazione avviene secondo le più moderne tecniche, mentre la maturazione in barriques viene fatta nell'antica cantina scavata nella roccia umida e fresca.

Cantine Gran Furor Divina Costiera di Marisa Cuomo
Via G.B. Lama, 14 - 84010 FURORE (SA)
Tel. 089 830348 - Fax 089 8304014
mail:
info@granfuror.it

Gran Furor Divina Costiera è un marchio nato nel 1942 per commercializzare vini dei terrazzamenti della Costa di Furore. Marisa Cuomo ed il marito Andrea Ferraioli, ultimo discendente di un'antica famiglia di vinificatori locali, nel 1980 ne acquistarono il marchio.
Nel 1995 viene riconosciuta la DOC Costa d'Amalfi che insiste nei 13 comuni della Costiera con tre sottozone - Furore, Ravello e Tramonti - nelle quali si applica un disciplinare più restrittivo, e che tutela e valorizza una viticoltura resa difficile dalle frequenti situazioni di dissesto idrogeologico; una viticoltura che si confronta da sempre con la scarsità del terreno e la natura rocciosa dei luoghi in pendenza, i terrazzamenti intorno ai quali si avvolgono strade, tornanti e camminamenti.
Ecco che allora, dalla nascita della DOC, Marisa Cuomo decide di puntare sempre più al raggiungimento dei migliori risultati, per affermarsi, e per competere sul mercato.


E con il supporto del famoso maestro d’enologia italiana/internazionale Luigi Moio punta a fare sempre meglio, nonostante la necessità di dover fare i conti con un territorio angusto, in bilico sulle balze collinari, un territorio “estremo”.
La riqualificazione del vigneto prima, della cantina poi, la pazienza e la capacità hanno però garantito il raggiungimento dei risultati prefissi tanto che il prestigio dell’azienda è stato un continuo crescere negli anni e l’Oscar del Vino al Fiorduva quale “miglior bianco d’Italia 2006”, i “Tre bicchieri” sul Gambero Rosso, i “5 grappoli” dell’AIS., il “Best of Class” Award Limited Production negli USA, sono solo parte dei riconoscimenti conquistati.

FIOR D’UVA COSTA DI AMALFI DOC FURORE BIANCO MARISA CUOMO 2005

Vitigni: 30% fenile, 30% ginestra, 40% ripoli
Titolo Alcol.: 13,5% - (35€)
Giudizio:
Colore giallo carico con riflessi oro (fa breve affinamento in barriques dai 3 ai sei mesi)Consistente, con lenti e fitti archetti preludio di intense sensazioni gusto-olfattive.

Al naso intenso ed ampio: dalla frutta surmatura a note vegetali, da sensazioni minerali a note eteree. I profumi in primis ricordano l’albicocca, la mela cotogna ed i fiori di ginestra, a seguire, con l’aumentare della temperatura, emergono richiami di frutta tropicale, della macchia mediterranea, note mielate, minerali e speziate.
Al gusto è morbido, caldo e denso. Caratterizzato da un ottima freschezza e da una PAI infinita tanto da lasciare ancora dopo alcuni secondi in bocca le sensazioni di frutta tropicale e albicocca matura. E’ un vino intenso, elegante, molto fine e di grande personalità. Da abbinare a primi piatti strutturati della cucina meridionale, pietanze a base di pesce, e a secondi di carne bianca sapientemente speziati.
Fiorduva è un vino estremo, figlio della fatica, del sudore, della manualità dell'uomo.
Prodotto in zone geograficamente impervie e coltivato in minuscoli fazzoletti di terra strappati alla alle rocce, al mare.


Dettagli del vino
Zone e comuni di produzione: Furore e comuni limitrofi
Esposizione e altimetria: Terrazzamenti costieri a 200/550 mt/slm esposti a sud
Tipologia del terreno: Rocce dolomitiche-calcaree
Sistema di allevamento: Pergola e/o raggiera atipica, spalliera
Densità dell'impianto: 5000-7000 viti per ettaro
Resa per ettaro al raccolto in uva: Circa 60 q.li per ettaro (1,3 kg per ceppo)
Epoca di vendemmia: Terza decade di ottobre
Conduzione del raccolto: manuale
Tecnica di vinificazione: le uve raccolte al momento della loro completa maturazione, dopo diraspatura e pigiatura vengono sottoposte a fermentazione con macerazione intensa della durata di 30 giorni con successiva fermentazione malolattica ed elaborazione in barriques nuove di rovere francese.


Modalità e durata affinamento preimbottigliamento: 12 mesi di barriques nuove di rovere francese